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03.02.2010 - Congresso: comunicazioni di Guglielmo Epifani su documenti PDF Stampa E-mail
Mercoledì 03 Febbraio 2010 16:07

Ho ritenuto e ritengo mio dovere porre al Comitato Direttivo alcune valutazioni particolarmente importanti per la fase che stiamo vivendo. (...)

Siamo impegnati, soprattutto come CGIL, su un fronte esterno particolarmente complesso. È inutile che qui ripeta le questioni che ci pongono giornalmente tutti i punti di crisi. Solo per fare riferimento alle situazioni nelle quali sono stato impegnato da ultimo: ieri sera Eutelia, oggi Alcoa, di nuovo Fiat. Abbiamo di fronte a noi l’impegnativo compito di preparare e far crescere lo sciopero generale del 12 marzo, dar vita alla campagna sul fisco, dar seguito alla decisione del Direttivo di avviare una campagna per la democrazia e per la partecipazione. Assieme a ciò abbiamo un fronte contrattuale che, anche quando non fa notizia, ci vede impegnati in tantissimi tavoli, di settore, di categoria e spesso di gruppo, problemi che coinvolgono le nostre strutture, i nostri delegati con questioni di grandissimo spessore.
Questo per quanto riguarda il quadro esterno. Esterno per modo di dire, perché in realtà è assolutamente interno a quello di cui ci occupiamo, ognuno di noi sul proprio punto di responsabilità, tutti i giorni. Esterno è anche il quadro politico, ma a ben vedere anche questo esterno e interno. Un quadro politico che vede il Governo andare avanti lungo la sua strada, che punta nei fatti a riformare la Costituzione formale del Paese, ad inserire tutti gli elementi che possono dettare pregiudizio allo svolgimento ordinario dell’attività della nostra magistratura e di una corretta idea di separazione dei poteri, con uno svuotamento del ruolo delle assemblee elettive, degli enti locali e delle forme e delle sedi delle partecipazioni democratiche.
Il nostro Congresso sta dentro questo contesto. Il Congresso della CGIL è sempre stato, nella sua storia, un grande processo democratico di partecipazione e, per quello che ci riguarda, è un momento fondamentale - e non sostituibile da alcunché - nella nostra vita interna. Un Congresso lungo nelle sue pratiche, complesso nella sua gestione, come sempre è stato.
Il XVI Congresso si sta svolgendo con due mozioni tra di loro alternative. Tema, questo, non nuovo ma insolito, "inedito" è l’aggettivo che è stato usato. Ciò in ragione dei soggetti che hanno espresso la mozione che si contrappone a quella che ha avuto la maggioranza nel Comitato Direttivo. Non ripeto qui, al Comitato Direttivo, quello che ho sempre detto e quello che ho sempre pensato. Lo ricordo solo per comodità, non perché deve essere oggetto della discussione di questo Comitato Direttivo.
Resto, giorno dopo giorno, sempre più convinto di quello che pensavo tre mesi fa: che, per la fase che stiamo vivendo, ci sarebbe stato bisogno di un Congresso più unitario, o di una modalità di discussione diversa, in grado di farci affrontare ed approfondire i temi senza dividere l’organizzazione o i delegati.
Così come le crisi che si ripetono e le difficoltà che abbiamo nel rapporto con i lavoratori, anche in ragione di questa modalità del Congresso, confermano quello che ho sempre pensato. Ritengo, come mi è stato fatto notare anche a questo Comitato Direttivo, che un Congresso è - innanzitutto - un grande processo democratico. E un processo democratico può prevedere, non necessariamente deve prevedere, un momento di articolazione dialettica. È il costo e il prezzo che ogni processo democratico inevitabilmente deve avere e che ognuno di noi, a partire da me, non può che rispettare.
Abbiamo approvato all’unanimità le regole che presiedono il nostro Congresso, nelle quali si conferma (perché non poteva che essere così) il modello democratico che, a partire dal 2002, ha guidato i Congressi della nostra Confederazione. Voglio solo ricordare qui quali sono state le fasi salienti dei percorsi democratici e delle modalità che hanno investito i nostri percorsi congressuali.
Dal 1949 al 1996, la base dei criteri del confronto democratico era ispirata al principio di rappresentatività degli iscritti e, in ragione di questo, la sovranità passava dagli iscritti alla platea dei delegati. Infatti, ad ogni fase congressuale (territoriale, regionale, nazionale) la sovranità si riproponeva; fino ad arrivare, come forse vi ricorderete,  alla vicenda che ci colpì alla fine del Congresso del ‘96 quando, mancando all’allora maggioranza 15 delegati che avevano diritto a essere rappresentati in Congresso, con la modalità del voto segreto non poterono essere eletti nel Comitato Direttivo quelle compagne e quei compagni che nella lista erano agli ultimi posti, dalla V alla Z, da Viafora a Zulli. Questo per dire qual è stato il segno e il timbro dello svolgimento dei nostri Congressi.
Anche ragionando su questo, ma non solo, a partire dal Congresso del 2002 la CGIL ha scelto la strada, altrettanto democratica di: una testa, un voto. Altrettanto democratica, assumendo il fatto che non esiste una formula democratica perfetta perché, così come quella scelta in precedenza dava più peso alla rappresentanza degli iscritti -   e quindi favoriva i più grandi rispetto ai più piccoli - il meccanismo di una testa un voto, assolutamente democratico, porta con sé comunque un problema perché favorisce favorisce le categorie che - indipendentemente da quello che pensano e da quello che rappresentano in un Congresso - sono più concentrate e sfavoriscono tutte quelle categorie che rappresentano il lavoro disperso, il lavoro diffuso e, stante la peculiarità della condizione, il voto delle pensionate e dei pensionati.
In ragione di questo fatto, quando abbiamo discusso il Regolamento congressuale, ho - e abbiamo - insistito perché ci fossero almeno quelle modifiche nei criteri di votazione che consentissero al lavoro diffuso e al lavoro disperso di poter avere più spazio e più tempo per essere informati e per poter esprimere il diritto di ogni iscritto e di ogni iscritta a rappresentare, attraverso il voto, la propria opinione.
Il XVI Congresso si svolge, dunque, su questa regola che attraversa tutto il Regolamento congressuale e, in ragione di questa regola, il risultato che ci sarà alla fine dell’ultima assemblea, il 20 febbraio del 2010, determinerà la fine del Congresso, intendendo per questo il risultato finale che democraticamente si esprimerà sull’una e sull’altra mozione.
Quello sarà il bilancio dei rapporti di forza, quello sarà il dato politico conclusivo del Congresso, stante le premesse sulle quali il Congresso unanimemente si è costruito.
Aggiungo che non solo questo vale per la platea dei delegati ma vale, in ragione di questo, anche per la composizione degli organismi dirigenti.
Nell’ultima riunione della Commissione di garanzia, su richiesta di un compagno della Commissione, la Commissione ha discusso e poi ha deliberato, con un voto a maggioranza, circa l’interpretazione da dare sul testo della lettera di intenti tra la Segreteria della CGIL e la Segreteria dello SPI. Atto formale tra le due strutture che viene da sempre allegato ai Regolamenti congressuali e che non è mai stato uguale a se stesso e che spesso è cambiato, in ragione delle modalità di svolgimento del Congresso, nella storia dei Congressi confederali.
Bene. Questa delibera, presa non all’unanimità, ha definito che i criteri di attribuzione della quota cosiddetta di solidarietà che lo SPI mette a disposizione, in ragione dell’accordo, non verso le altre categorie, come erroneamente si è detto, ma verso il complesso dell’organizzazione, categorie e non categorie, venisse ripartito sulla base della media espressa all’interno del Congresso dello SPI.
Nella riunione della Commissione di garanzia, secondo quello che il Presidente ha riferito, su nostra richiesta, alla Segreteria confederale e successivamente al primo firmatario della mozione alternativa a quella che ha raggiunto la maggioranza dei voti nel Comitato Direttivo, i motivi di questa scelta e i suoi fondamenti. Contemporaneamente ha affermato, con la stessa chiarezza, che, in ragione del combinato disposto tra questa lettura dell’Intesa e il punto 11.19 del Regolamento congressuale, nulla sarebbe cambiato per quanto riguardava il rapporto tra l’interpretazione data con la delibera della Commissione ed il risultato finale del Congresso, operando ovviamente, attraverso diverse modalità, quella ricomposizione nel rapporto tra i voti e la composizione dei delegati. Modalità che – convengo – può essere diversa da quella fatta nel precedente Congresso ma che non altera (e può essere gestita con diversi strumenti e non solo con uno strumento) il cuore democratico del nostro Congresso.
Per essere chiari, se il Congresso finisse in un rapporto 51 a 49, quel 51 a 49 si deve ritrovare nelle platee dei delegati e nella composizione dell’organismo dirigente, perché questo è il principio democratico sul quale si regge l’ordinamento del nostro svolgimento congressuale. In ragione di un principio che io potrei definire la sovranità assoluta dei nostri iscritti e delle nostre iscritte, il voto è sovrano rispetto alla determinazione degli esiti congressuali.
La decisione assunta dalla Commissione di garanzia ha portato prima all’auto-sospensione delle compagne e dei compagni che, facendo parte della Commissione di garanzia, non condividevano questa interpretazione della norma sulla quale era stato richiesto il chiarimento e ha fatto aprire una polemica, prevalentemente agita fuori dalle nostre sedi e dai nostri criteri di discussione interna, che secondo me, è andata al di là del giusto, dell’accettabile e anche del buonsenso.
Mi pare di aver letto, in una di queste dichiarazioni (spero di aver letto male, se è così chiedo scusa subito), che in questo modo si sarebbe falsato irrimediabilmente il risultato finale del Congresso. Non aggiungo, tema che pure meriterebbe una qualche valutazione, l’uso della strumentalizzazione di questo soprattutto su qualche giornale, non perché non dobbiamo pubblicamente dissentire anche tra di noi ma è evidente che, in ragione dei criteri con cui si dissente, poi ci può essere un effetto piuttosto che un altro.
In ragione di questo, la prima cosa che chiedo a questo Comitato Direttivo, a ogni membro di questo Comitato Direttivo, indipendentemente dalla scelta che fa o ha fatto nel Congresso, se davvero si ritiene che nella propria autonoma determinazione questa decisione della Commissione di garanzia abbia falsato irrimediabilmente il Congresso, oppure che può aver cambiato qualche modalità nell’aggiustamento del rapporto, fermo restando che quel principio resta confermato com’è giusto che resti confermato perché, come è evidente, qui non ci possono essere tante verità come in quel famoso film di Kurosawa, Rashômon, in cui la stessa scena aveva sette interpretazioni diverse.
Qui delle due l’una: o si è falsato irrimediabilmente il Congresso o si rispetta la norma del Regolamento approvato da tutti.
Chiedo onestamente, quali che possono essere le preoccupazioni sulla gestione delle diverse modalità di adeguamento, che capisco esserci, se questo è conforme alla verità oppure no. Su questo non ci possono essere dubbi di sorta perché, se siamo di fronte a un travisamento delle norme fondamentali, c’è una lesione fondamentale, ma non riguarda una parte: riguarderebbe il tutto, e ognuno ne dovrebbe trarre le conseguenze.
Ho già detto che questa difficoltà che è subentrata può compromettere, nella fase in cui siamo, la costruzione delle nostre iniziative, perché (poi lo dirò anche dopo, sul resto) non è facile essere accusati di comportamenti antidemocratici e andare a chiedere, sul nostro documento per la democrazia a la partecipazione, il consenso di grandi costituzionalisti, di grandi uomini del diritto, di grandi uomini della cultura. Non si può pensare di costruire uno sciopero e di avere contemporaneamente in campo una presunta lesione di un diritto così fondativo della nostra vita e dello stare assieme.
Voglio aggiungere, perché anche questo ha pesato nella polemica, che trovo ingenerosa, nei confronti dello SPI, di quello che è e di quello che rappresenta, questa polemica, quando sento parlare di opa dei pensionati e cose del genere. Ricordo, anche qui per amore di verità, e mi rivolgo a tutte e a tutti, che lo SPI oggi rappresenta, con i quasi 3 milioni di iscritti, quasi il 60% (un po’ meno) degli iscritti alla nostra organizzazione, che partecipa al voto con una percentuale che mediamente si attesta sul 20% e che, in ragione delle scelte che abbiamo fatto, una testa un voto, stante quelle modalità, è sostanzialmente, e io dico giustamente, sottorappresentato nella costruzione degli organismi.
Aggiungo che lo SPI dà il 50% della sua rappresentanza alle altre strutture. Aggiungo che lo SPI, quando ognuno di noi, quale che sia stata nel passato od oggi la mozione di appartenenza, ha chiesto di fare un riequilibrio, di coprire un soggetto che rischiava di non essere rappresentato in altre modalità, di farsi carico della rappresentanza (ad esempio dei patronati, del nostro sistema dei servizi o di quegli operatori che non hanno un ruolo sindacale in senso stretto) lo SPI non si è mai tirato indietro e, spesso, lo ha fatto anche al di là e oltre la quota di solidarietà che assieme abbiamo definito.
Sfido chiunque di noi a smentire che questo è stato, che questo è avvenuto e che questo è.
A questo primo problema che ha le caratteristiche richiamate, si è aggiunta un’altra polemica, questa non nata con la discussione su questo punto, che era stata posta prima, della quale avevamo discusso ma che naturalmente si è aggiunta alla polemica sollevata sul primo punto.
Questa polemica riguarda problemi, denunce di irregolarità di diverso tipo che attengono alle modalità concrete con cui si sta esprimendo le nostre modalità congressuali.
Non ho difficoltà di ammettere che, per quello che raccolgo anch’io in giro, avverto che questo è possibile, che questo in qualche parte avviene perché, da questo punto di vista, chiunque di noi girando viene investito da segnalazioni, da problemi, da segni che riguardano questa o quella irregolarità, questa o quella modalità, questa o quella pressione esercitata nei confronti degli iscritti, delle strutture, dei delegati.
Quando mi si dice, per ultimo quando sono andato a Perugia l’altro giorno alla Perugina, e mi segnalano che in questo o in quel luogo di lavoro si sarebbe svolto qualcosa, a giudizio di chi mi poneva il problema, di irregolare, io ho una sola risposta: “Rivolgetevi alle Commissioni di garanzia”.
Non è una risposta così: è la risposta che tutti assieme ci siamo impegnati a dare perché, così come il fondamento del nostro Congresso è il principio di una testa un voto, ci sono degli organi di garanzia che non possono essere sostituiti da nessun altro. Altro è la discussione politica su quello che avviene, ma nessuna confusione tra ruolo e la funzione delle Commissioni di garanzia e i problemi politici che le difficoltà di questo Congresso ci possono porre o portare.
Ho provato, a questo stadio del Congresso, a fare un po’ due conti. Ci risultano censite, qui, ma sono meno di quelle che poi si sono fatte, 15mila assemblee realizzate. Ripeto, se ne sono fatte di più perché l’affollamento degli ultimi giorni e dei prossimi è quello più grande.
Bene. Su oltre 15mila assemblee, oltre la metà ha avuto due relatori, e la mia impressione (perché la maggior parte di quelle censite sono assemblee fatte all’inizio) è che le assemblee che verranno vedranno crescere questa partecipazione di presenza delle due mozioni. Senza tema di smentita anche su questo, fermo restando che non è l’ottimo questo risultato, mi permetto di ritenere, anche qui non credo di poter essere smentito, che per un Congresso confederale questa è la prova più “democratica” mai realizzata fino a oggi, nel senso che da quando ci sono state due mozioni non c’è mai stata una percentuale così alta in cui si è andati in due a presentare la mozione. Cosa che io ritengo non sufficiente, non è il traguardo ottimale ma non possiamo non vedere che si tratta, comunque, del rispetto del principio democratico elementare (in due a presentare ognuno il proprio punto di vista) più avanzato che ci sia mai stato.
Aggiungo per completezza che, nella parte altra in cui non si è andati in due a presentare la mozione, ovviamente, sia pure con pesi diversi, sono andati di volta in volta i rappresentanti o dell’una mozione o dell’altra mozione.
Non solo. Ho provato a fare una verifica su come stanno i ricorsi nelle nostre Commissioni di garanzia territoriali (non sono arrivato a quelle regionali perché il territorio è il cuore). A meno che noi non leggiamo male o abbiamo dati molto vecchi, a me risultano 264 ricorsi attivati.
Di questi – perché è importante questo dato – 78 respinti o approvati all’unanimità; 90 ancora da deliberare. Gli altri 100 assunti a maggioranza ma – vi prego di credere – assunti a maggioranza un po’ variabile, non sempre cioè con i rappresentanti di una mozione messi in corrispondenza precisa con i rappresentanti della seconda mozione.
Per quello che ne sappiamo è un numero assolutamente più basso di quello che avevamo allo stesso tempo nell’ultimo Congresso, dove pure non avevamo due documenti contrapposti ma avevamo due tesi che si corrispondevano a un impianto unitario.
Posso, anche sulla base di questi dati, chiedere a tutto il Comitato Direttivo, a tutte le compagne e a tutti i compagni indipendentemente da come sono schierati in questo Congresso, se questo è un segno ulteriore della fiducia e del rispetto che ci vuole nei confronti degli organi di garanzia?
Naturalmente si può sempre migliorare anche questa forma di lavoro. E un gruppo dirigente non deve accontentarsi di quello che c’è perché, siccome le cose che non vanno ci sono, deve avere anche la responsabilità individuale e collettiva di operare perché le cose vadano sempre meglio, anche nello svolgimento di un Congresso così difficile. Non a caso abbiamo chiesto, nella riunione dei responsabili di organizzazione, il rispetto rigoroso di alcune norme del nostro Regolamento relativo ai tempi, alla pubblicità dei calendari, ai tempi di presentazione delle date delle assemblee, ai criteri di non convocazione o sconvocazione senza motivi fondanti della realtà delle nostre assemblee.
Così come io credo che vada chiesto a tutte le Commissioni di garanzia di lavorare nella modalità più corretta e più rapida possibile, perché c’è un problema di rapidità del giudizio che riguarda anche le nostre Commissioni di garanzia. Tanto più quando si dovesse annullare un Congresso o chiedere la ripetizione di un Congresso, non si può arrivare quando ormai i giochi sono fatti e sono conclusi.
Io credo, per finire, che un gruppo dirigente, indipendentemente dal ruolo che svolge, si deve comportare in questo modo e che dobbiamo essere tutti all’altezza di quello che siamo, di dove stiamo e di quello che rappresentiamo. In ragione di questo voglio anche informare il Comitato Direttivo che, in relazione alle vicende della Camera del Lavoro di Piacenza (vicende gravi che vanno acclarate ma che non possiamo lasciare che vadano come stanno andando), abbiamo deciso di mandare, a nome della segreteria, un compagno, parlandone anche con il segretario generale dell’Emilia Romagna, che consentirà, attraverso la sua presenza, alla Segreteria di accompagnare quel Congresso e, soprattutto, di verificare fatti e problemi che, a nostro avviso, possono essere di grande, grande delicatezza, per metterci in condizione di salvaguardare la nostra organizzazione da eventuali questioni o illeciti, se ci sono, commessi.
Infine, nessuno di noi sa oggi come finirà il Congresso. Le cifre che noi abbiamo a Roma sono cifre ancora troppo iniziali. E, se non lo sa nessuno, non lo so neanche io. Io stesso non so, contrariamente a quello che scrive oggi un giornale, se la mozione di cui sono il primo firmatario vincerà il Congresso, stravincerà il Congresso, pareggerà il Congresso, perderà il Congresso, perché questi sono giorni decisivi.
Se è così, chiedo al nostro Comitato Direttivo di usare questi giorni che abbiamo di fronte a noi per fare ancora meglio i Congressi che ci restano da fare. Fare ancora meglio vuol dire, per me, alcune cose precise: non fare una conta senza merito ma fare una discussione sul merito e avere le opinioni e il giudizio degli iscritti sul merito che viene condiviso; non assumere modalità che allontanano o scoraggiano le persone nei luoghi di lavoro o dividono così profondamente la nostra organizzazione da lasciare segni molto pesanti. Sono molti i segni di inquietudine che mi vengono segnalati. Spesso riguardano giovani, giovani delegati, molti dei nostri compagni e compagne, soprattutto quelli più impegnati, che talvolta non comprendono le ragioni di questo Congresso.
E voglio anche chiedere e invitare tutti a riconoscere il risultato finale per quello che sarà.
Io credo che ci sia una responsabilità per chi dovesse vincere il Congresso e c’è una responsabilità per chi non ce la farà a vincere il Congresso. Non ci sono nemici al nostro interno e non ci sono avversari. Se abbiamo voluto e realizzato un Congresso su mozioni alternative, il voto che chiediamo alle nostre iscritte e ai nostri iscritti ha un solo profondo ma indiscutibile risultato: quello, attraverso il voto, di capire e di decidere quale sarà l’identità, il programma e il lavoro della nostra organizzazione, per tutta la nostra organizzazione, negli anni che abbiamo di fronte a noi.

[comunicazione di Guglielmo Epifani al Comitato Direttivo del 2 febbraio 2010]

 
 
 

  • Redazione:

    Sergio Bellavita, Sandro Bianchi, Carlo Carelli, Eliana Como, Giuliano Garavini, Paolo Grassi, Franco Losi, Loriana Lucciarini, Maurizio Marcelli, Vincenzo Smaldore.

    Coordinatore: Giorgio Cremaschi