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10.03.10 - G.Cremaschi. La mozione 2 diventi area. Mi candido segretario FIOM PDF Stampa E-mail
Mercoledì 10 Marzo 2010 09:00

Intervista a Liberazione, 9 marzo 2010. Fabio Sebastiani. Non è la prima volta che uno sciopero generale della Cgil debba poi essere “aggiornato” ai temi del momento, come in questi giorni con l’attacco all’articolo 18. Che succede?
Succede che siamo in presenza di scioperi come grandi contenitori. Non è un modo giusto per gestire le lotte. Questo sciopero ha un senso se è una risposta immediata sulla questione dell’articolo 18. Del resto, sta andando sempre peggio. Confindustria e Governo cercano una resa dei conti finali, ma questo da un bel po’,
non da ieri. La gente lo sa e o si rassegna o, quando può, si ribella. La  Cgil non si è fatta sentire a sufficienza non per debolezza, ma per contraddizioni politiche. Come dopo l’accordo del 22 gennaio, si è fatto finta di non sapere che c’è il consenso totale di Cisl e Uil. O si alza la polemica nei loro confronti oppure perdi. Se anche una personalità come Gallino rimprovera in modo durissimo alla Cgil di non essersi mossa a sufficienza, è chiaro che qualche problema c’è. (...)

Mi sembra che dopo la querelle sulla
partecipazione al voto, “La Cgil che vogliamo” abbia di fronte il nodo,
passami il termine, “continuità della discontinuità”.
La “mozione due”
è di fronte a un doppio problema. Che giudizio dare sui risultati dei
congressi
di base e come, e se, andare avanti. Sul primo è chiaro che il risultato
è inferiore alle aspettative e alla portata dello schieramento. Su
questo
non c’è dubbio. Non si può negare che la mozione abbia subito dei colpi.
E’ venuto meno con il risultato finale del congresso il punto di
partenza
e cioè l’alleanza di tre categorie e di alcune Camere del lavoro che
potevano
costituire un polo dialettico nuovo dentro la Cgil. D’altra parte questo
risultato non rappresenta neanche la disfatta che vuol far sembrare il
gruppo dirigente. Il correntone non ha sfondato. Tuttavia si vuole
trasformare
questo in una disfatta e lo si fa con i voti “non credibili”. Un
risultato
più credibile, ovvero il 25%, non cambierebbe la tendenza di fondo. La
forzatura in atto sui voti tende ad annichilire la mozione. E a questo
bisogna rispondere.

Come proponi di rispondere?
Penso che la non certificazione
dei dati decisa dalla mozione se non vuol essere una questione legale
deve
portare a risultati politici e a dei comportamenti coerenti. Ovvero, non
si chiude unitariamente se non c’è una svolta nei comportamenti della
maggioranza,
e se la maggioranza non riconosce le ragioni della minoranza. Questo è
il punto. Penso che abbiamo avuto un mandato non per sistemare un po’ di
posti ma per fare una battaglia politica duratura dentro la Cgil. E’ la
crisi stessa che lo impone.

Parli di un’area programmatica?
Sì. Bisogna
che si discuta sul fatto che la mozione continui costituendosi come area
programmatica. Un’area di dissenso e in alcuni casi anche di opposizione
nella Cgil.

Podda e Rinaldini hanno sempre ripetuto di non voler costituire
un’area programmatica.
Penso che sia Podda che Rinaldini si debbano rendere
conto che la situazione è cambiata. Questo implica una scelta per la
maggioranza
della Fiom. Il fatto che in Fiom ci sia una maggioranza diversa da
quella
che c’è in Cgil è un fatto nuovo. Questo apre una dialettica che non può
più essere solo quella tra strutture ma tra pratiche e linee sindacali.
La Fiom deve farsi carico di essere l’architrave dell’area del dissenso
in Cgil. Questo è quello su cui dovrà discutere il congresso nazionale
della Fiom. E si sceglie il gruppo dirigente sulla base del mandato
politico.
In questo c’è la mia disponibilità, ma solo in questo contesto.

Ti candidi
a segretario nazionale della Fiom?
Non capisco perché dovrei essere escluso
a priori da questa discussione. Il punto che la Fiom deve scegliere è se
continua fino in fondo sulla base della posizione che si è affermata
come
maggioranza o accetta, anche senza dirlo, di rientrare nei ranghi. Credo
che la Cgil abbia bisogno che la dialettica continui. E ne abbia bisogno
anche il paese. Da questo punto di vista mi auguro che la Cgil scenda in
piazza anche contro il decreto sulle elezioni. In fondo fa parte della
sua tradizione, da Tambroni in poi. L’attacco all’articolo 18 nasce in
un momento in cui c’è il decreto salva-lista. E’ l’idea di sopraffazione
del diritto. E purtroppo, la Cisl e la Uil sono parte integrante
dell’Italia
di Berlusocni .

E la Confindustria?
Il potere di Berlusconi si fonda
anche su un patto di concertazione e complicità con la Confindustria, la
Cisl e la Uil. Senza questi sostegni, la maggioranza di Governo sarebbe
già in crisi a causa del disastro economico-sociale che c’è nel paese.
La Cgil è fuori da questo sistema di potere ma non sempre è contro. A
volte
è sull’uscio. Per questo al di là delle mozioni c’è il peso della realtà
che continuerà ad incombere sulle scelte della Cgil. E c’è per questo
bisogno
di una forte dialettica di posizioni.

Scusa se insisto sulla tua candidatura...
Ogni
tanto bisogna anche mettersi in discussione sul piano personale. Ho una
grandissima stima di Maurizio Landini, pensò però che ci sono momenti in
cui le organizzazioni devono scegliere. Come mi è spesso capitato
accetterò
le scelte e ne subirò le conseguenze. La situazione è troppo grave
perché
venga affrontata come un fisiologico ricambio di gruppi dirigenti. Sulla
Fiom si concentrano tante speranze di resistenza del mondo del lavoro e
non solo di esso.

 
 
 

  • Redazione:

    Sergio Bellavita, Sandro Bianchi, Carlo Carelli, Eliana Como, Giuliano Garavini, Paolo Grassi, Franco Losi, Loriana Lucciarini, Maurizio Marcelli, Vincenzo Smaldore.

    Coordinatore: Giorgio Cremaschi